Film d' esordio di Steve McQueen (no, non il personaggio del passato cinema hollywoodiano, ma un suo omografo inglese), arriva sui grandi schermi nostrani Hunger, ben quattro anni dopo la sua produzione e la sua proiezione al Festival di Cannes, dove fu gratificato con la Caméra d'or per la miglior opera prima. sopraggiunge in da noi grazie alla distribuzione della BIM, e vede come protagonista  principale l'artista tedesco (ma naturalizzato irlandese) Michael Fassbender, apparso precedentemente di allora solo in 300, ma protagonista poi di parecchi successi, e che vedremo fra poco nel bramatissimo Prometheus di Ridley Scott. Hunger ha pertanto il merito di diffondere le attitudini recitative di Fassbender, così come l'abilità registica di McQueen, che si serve nel film una forma minimalista fatta di prolungati piani sequenza fatti da una sola ripresa bloccata e molte elissi narrative, stile che si adatta precisamente alla storia che vuole esporre.  La pellicola, molto forte nelle materie, espone la vera storia di Bobby Sands, fomentatore militante dell'IRA (Irish Republican Army), il quale, nel 1981, guidò una ribellione pacifica dentro il carcere di Long Kesh nella quale era carcerato; l'insurrezione finì in un sabotaggio dell' igiene, col progetto estremo di conquistare, dal governo inglese, lo stato di prigionieri politici. E il direttore artistico sfoggia senza giri di parole le tremende condizioni in cui stavano i vari prigionieri, non indugiando su scene che esibiscono  le celle tristi e straripanti di feci, o su altre  scene che rivelano un Bobby Sands scarnificato dalla fame. Ma l'effettiva punta di diamante della pellicola è centrata in una infinita scena in piano sequenza di ben 22 giri di lancetta nella quale il detenuto parla e si confronta con un sacerdote (Liam Cunningham) esibendogli il suo punto di vista e le giustificazioni e che lo hanno spinto a questo dissenso; un dialogo sincero, straziante, quasi sopra le righe che rapisce lo spettatore catapultandolo direttamente nella prigione, assorbito in toto dall' interpretazione superlativa  dei due protagonisti, dal loro dibattito teologico che va anche al di sopra di loro stessi, rendendoli quasi due fantocci nelle mani di questioni più grandi.

Il grande merito di Hunger è quello di fornire una interpretazione realistica non cadendo in giudizi nè positivi nè negativi sui protagonisti e sull'episodio; addirittura Sands è entra in scena dopo quasi mezz'ora di film, dopo gli episodi di altri due detenuti, utilizzate per presentare le condizioni di miseria in cui accadono i fatti riferiti. Oltre quella memorabile scena di cui sopra, i dialoghi sono ridotti al minimo indispensabile, lasciando tutta la forza comunicativa alle sole immagini ed alla splendida fotografia di Sean Bobbitt. Un film che incomprensibilmente era rimasto nel dimenticatoio per quattro anni, necessariamente da guardare per farsi un'idea su una materia problematica e dura come la questione irlandese.